La solidarietà europea? Richiede imposte europee. Come cambiare la Ue con le tasse

Appena prima di Pasqua i ministri delle finanze dell’Unione Europea hanno raggiunto un accordo su un pacchetto di 540 miliardi di euro per combattere la crisi del coronavirus. La vittoria da parte dell’Unione di questa ennesima crisi non è stata però una ragione di gioia o giubilo. Fortunatamente, il compromesso ha reso disponibili risorse finanziarie per i bisogni più immediati della crisi sanitaria e delle sue conseguenze economiche. Tuttavia, la questione di come ricostruire l’economia dell’Unione e degli Stati membri nel lungo periodo rimane irrisolta.
Se non cambia niente, la sola prospettiva è che fra qualche tempo troveremo sul nostro cammino un’altra crisi da far drizzare i capelli, in cui l’Unione potrà cavarsela o uscirne distrutta. Si accettano scommesse. Nel corso di un decennio abbiamo vissuto una crisi dell’euro e una crisi del coronavirus, intervallate da molte altre minicrisi. Come accademici specializzati nella materia fiscale, siamo giunti alla conclusione che l’attuale processo decisionale nell’Unione Europea è un vicolo cieco.
La causa di questa paralisi nel processo decisionale è una fondamentale linea di demarcazione tra europei in merito al modo in cui finanziare l’Unione Europea.

Molti europei vogliono mantenere il pieno controllo nazionale sul finanziamento delle risorse messe a disposizione del bilancio dell’Ue. I principali argomenti per mantenere questo pieno controllo nazionale sono:
(1) l’argomento del rischio morale del timore per una spesa fuori controllo da parte dell’Unione Europea e degli Stati membri, documentata da persistenti e talvolta ampi deficit di bilancio in quegli Stati membri che rivendicano questo sostegno;
(2) l’argomento della responsabilità politica, che richiede l’approvazione dei tributi e del bilancio da parte di un Parlamento democraticamente eletto, che nell’opinione di questi europei è un Parlamento nazionale;
(3) la mancanza di trasparenza delle misure prese dalla Banca Centrale Europea e dal Meccanismo Europeo di Stabilità, che risultano in uno scetticismo diffuso rispetto alla solidarietà europea.

Molti altri europei vogliono un maggiore avanzamento dell’Unione nell’integrazione economica e sociale, sottolineando la diretta solidarietà tra cittadini europei con la messa a disposizione di risorse finanziarie in comune al livello europeo. I principali argomenti per questo approccio sono:
(1) la necessità di una politica economica e monetaria effettiva per l’euro, che rafforza l’Ue nel suo insieme in relazione alla crescent concorrente con le altre grandi potenze economiche mondiali;
(2) l’aspettativa che questa solidarietà aiuterà gli Stati membri dell’UE più deboli a superare i loro handicap strutturali di carattere economico e sociale;
(3) la necessità di una maggiore democratizzazione al livello europeo, trasferendo parte del potere decisionale in materia tributaria e di bilancio verso istituzioni europee realmente democratiche.

Questi due approcci opposti hanno paralizzato il processo decisionale nell’Ue. Il risultato di questa paralisi è stato limitare la politica economica uniforme per l’intera Ue al controllo dei bilanci nazionali di tutti gli Stati membri da parte della Commissione, sulla base di criteri similari.
Ma non c’è stato un progetto o un quadro politico comune volto a conseguire una più profonda ed effettiva integrazione economica e sociale tra gli Stati membri. L’attuale bilancio annuale dell’Ue non lo rende possibile, in quanto rappresenta circa l’1% del pil totale dell’Ue, mentre il bilancio annuale nazionale della gran parte degli Stati membri rappresenta tra il 40 e il 50% del loro pil.
E’ chiaro che, messo a confronto con i bilanci nazionali degli Stati membri, il bazooka del bilancio dell’Ue è troppo piccolo per avere un impatto significativo su una effettiva politica economica e/o sociale comune a livello Ue.

Nonostante tutte le crisi precedenti, è possibile riconciliare queste differenze iniziando a riconoscere contemporaneamente (1) la validità di entrambi gli approcci, (2) e l’inadeguatezza dell’attuale bilancio dell’Ue all’1% del pil dell’intera Ue, al fine di registrare avanzamenti nell’integrazione economica e sociale degli Stati membri.
Attualmente, il bilancio dell’Ue è costituito, per una quota minore, dai dazi doganali e dall’accisa sullo zucchero, prelievi che possono essere realmente considerati tributi e risorse proprie dell’Ue. Ma la parte del leone (oltre l’80%) è rappresentata dai contributi degli Stati membri calcolati come percentuale della base imponibile IVA nazionale e da un contributo degli Stati membri calcolato come percentuale del reddito nazionale lordo. Tale modalità di finanziamento non può essere utilizzata per realizzare l’obiettivo di costruire una forma più ambiziosa di unione economica e sociale integrata.

La questione del rischio morale dovrebbe essere riconosciuta fissando (1) un rigoroso limite quantitativo alla dimensione del bilancio europeo, espresso come percentuale del pil dell’Unione nel suo insieme, ma tenendo conto dell’importanza dell’obiettivo di un’ulteriore integrazione economica e sociale dell’Unione, (2) un limite qualitativo alla tipologia delle imposte necessarie ad alimentare questo bilancio Ue e infine (3) chiudendo ogni via di fuga al finanziamento con spese a debito attraverso bilanci collaterali a quelli dell’Ue, fatta eccezione per il finanziamento a debito di emergenze assolute come quella del coronavirus. Entro questi limiti, anche l’argomento della solidarietà dovrebbe essere pienamente riconosciuto attraverso l’incondizionato trasferimento del potere di istituire alcuni di questi tributi e di spenderne il relativo gettito attraverso le istituzioni democratiche dell’Unione.

Questo è possibile solo quando l’attuale meccanismo di finanziamento sarà sostituito da un reale meccanismo europeo di solidarietà limitata, in conformità con la comune capacità contributiva europea.
Questo trasferimento di poteri non è un assegno in bianco a favore di una spesa incondizionata da parte degli Stati membri; piuttosto è un atto di fiducia nelle istituzioni democratiche europee, che potranno imporre tributi e spendere bene nell’interesse dell’Unione, a beneficio di tutti gli Stati membri. Se, dopo oltre 60 anni, gli Stati membri non hanno ancora abbastanza fiducia nelle istituzioni dell’Unione Europea per intraprendere questa sfida, anche quando questa sfida è strettamente limitata a pochi punti percentuali del loro gettito fiscale nazionale totale, sicuramente la zona Euro, e probabilmente l’intera Unione non ha futuro e farà fatica a sopravvivere, fino alla sua totale disintegrazione.

Come specialisti della materia fiscale noi sappiamo che questo cambio comporta molti dettagli tecnici di bilancio, che devono essere elaborati all’interno di documenti molto più estesi. Già nel passato sono stati fatti molti studi in merito a quali imposte unionali potessero essere adeguate a finanziare il bilancio dell’Ue.
Questa non è una richiesta di aumentare l’imposizione, ma di assicurare anzitutto un limitato e graduale trasferimento di gettito dagli Stati membri all’Unione.
Questa riforma non deve essere attuata in un colpo solo, ma attraverso un processo graduale durante un lungo periodo di transizione, come quello dell’Unione doganale dal 1957 al 1968.
Per tenere unita l’Unione abbiamo bisogno di quel minimo di colla della vera solidarietà europea, non di più, ma certamente non di meno.

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