FINANZA E POLITICA/ Bce, l’aiuto europeo “buono” che non basta all’Italia

La Bce sta aiutando l’Italia a tener basso lo spread. Il nostro Paese avrebbe bisogno che il Recovery Fund operasse in tempi rapidissimi

Il programma europeo di supporto al riassetto e rilancio dell’economie più colpite dalla pandemia – l’Italia è probabilmente la più danneggiata e, a causa dell’altissimo debito della Pubblica amministrazione, quella che ha meno difese maggior bisogno di aiuti tempestivi – sta prendendo forma. Più lentamente, però, di quanto si sperasse e di quanto, ottimisticamente ma forse anche incautamente, il Presidente del Consiglio Giuseppe Conte abbia fatto intendere nei suoi molteplici interventi a reti televisive unificate.

Un calendario – o cronoprogramma, parola in voga nel lessico politico corrente – c’è, ma è difficile dire se e quanto verrà rispettato. L’obiettivo è che il programma europeo venga approvato al Consiglio europeo (a livello dei 27 Capi di Stato e di Governo) del 18-19 giugno. Prima di allora, i suoi aspetti fondanti dovrebbero essere esaminati dall’Eurogruppo (a livello dei 19 Ministri dell’Economia e delle Finanze dell’eurozona) l’8 maggio; gli alti funzionari dei 19 (l’Euro working group) si sono riuniti il 30 aprile e hanno una nuova seduta il 7 maggio. Sono tutte riunioni in via telematica che forniscono quindi meno occasioni per negoziati bilaterali negli intervalli oppure a colazione e pranzo. Su questo calendario incombe una data chiave: domani, 5 maggio, la Corte Costituzionale tedesca tiene camera di consiglio per giudicare la costituzionalità o meno dell’ultima tornata di Quantitative easing deliberata dalla Banca centrale europea. Ove il verdetto non fosse positivo, l’intero programma subirebbe un brutto colpo che inciderebbe negativamente sul futuro dell’Unione europea.

Sulla base delle dichiarazioni che hanno fatto seguito al Consiglio europeo del 23 aprile e degli spifferi – ossia indiscrezioni sussurrate a giornalisti amici – dopo l’Euro working group del 30 aprile, due elementi fondanti del programma si sarebbero dovuti elaborare in tempo per un loro esame il 18-19 giugno al fine di consentire il loro varo operativo del primo luglio – data troppo tardiva per le esigenze dell’Italia: i regolamenti dello sportello sanitario del Meccanismo europeo di stabilità (Mes) e del Recovery Fund, il vero strumento di grande portata che potrebbe fornire finanziamenti di circa due trilioni di euro dal 2021 al 2023, dando un forte impulso alla ripresa dell’economia europea.

Il regolamento dello sportello sanitario del Mes è stato sostanzialmente varato dall”Euro working group del 30 aprile, anche se alcuni spifferi hanno provocato polemiche tanto da dover essere smentiti. Lo sportello potrebbe dare un contributo non grandissimo al miglioramento del sistema sanitario italiano, ma il presidente del Consiglio ha più volte affermato che non intende fare richiesta per accedervi (a ragione della netta opposizione di parte della maggioranza). Il Recovery Fund, invece, pare essere in alto mare. Non mancano precedenti di ricorso al mercato da parte della Commissione europea per sostenere, con la sua tripla A, programmi di ripresa e riassetto degli Stati membri (o solo di alcuni di essi): dai tempi della crisi petrolifera del 1973 si contano almeno una dozzina di emissioni. Anche se nessuna di esse è stata della consistenza di quella (o di quelle) delineate per il Recovery Fund, non hanno provocato tanti timori e tremori.

Non è solo l’emissione a innescare differenze e divergenze di vedute tra gli Stati membri. Lo è la stessa ossatura delle modalità operative. Il Recovery Fund dovrebbe fornire sia prestiti (loans), sia sovvenzioni a fondo perduto (grants). Le proporzioni tra gli uni e le altre sono al centro di trattative tra gli Stati settentrionali dell’Ue e quelli meridionali; naturalmente, i primi propendono per un fondoche conceda principalmente prestiti e gli altri chiedono sovvenzioni. La trattativa appare molto più lunga e molto più complessa di quanto inizialmente immaginato. Concerne anche le spese che potrebbero essere finanziate: ci sono divergenze forti sul supporto non solo al capitale fisico, ma anche a quello umano, sulle modalità di aiuto alla capitalizzazione delle imprese, sulla ricostruzione alla catena del valore, e via discorrendo.

La Commissione europea si è posta il traguardo di giungere a una bozza di regolamento per il 13 maggio in modo che un paio di riunioni dell’Euro working group e una dell’Eurogruppo possano assicurarne una stesura tale da permettere il varo il 18-19 giugno. Ho serie perplessità che tale obbiettivo possa essere raggiunto. Il Recovery Fund è lo strumento su cui più conta l’Italia, a ragione della sua difficilissima situazione. La speditezza dei finanziamenti è essenziale per evitare il tracollo di imprese e famiglie. Per ora, l’Italia è il maggior beneficiario del nuovo programma Peltro della Bce, ma – come ben sa ogni studente di macroeconomia – non si fa recovery unicamente con la politica monetaria. La lungimirante azione della Bce tiene basso lo spreade ha impedito una caduta del rating dei titoli di stato italiano, ma da sola non può agire sull’offerta ed è di stimolo molto contenuto alla domanda perché famiglie e anche imprese, in mancanza di altre misure, tendono a ricostituire il capitale perduto durante il lockdown e vedono buio l’avvenire.

Qual è la determinante delle difficoltà europee? Indubbiamente, in una Ue a 27 è più difficile giungere a un’intesa (naturalmente di compromesso) di quanto non fosse in un’Ue a 6, 12 o 15. Inoltre, gli elettori dei Governi degli Stati “frugali” hanno smesso di avere fiducia nelle “promesse da marinaio” dei Governi degli Stati considerati “spendaccioni” e che per anni hanno devoluto la “flessibilità” europea loro accordata a soddisfare sacche di elettori.

Sarebbe banale, però, puntare solo su queste due determinanti. Nell’ultimo numero della sempre stimolante Rivista di Politica, un breve ma profondo saggio di Paolo Pombeni riflette su cosa resta oggi dell’europeismo: il sogno europeo si è infranto quel che ci riserva il futuro è davvero difficile da prevedere. In questo quadro, non sorprende che manchino veri leader europei, sia nelle istituzioni Ue, sia nei singoli Stati dell’Unione. Nelle istituzioni Ue, l’ultimo leader con grande carisma è stato, a mio parere, Jacques Delors. Nei singoli Stati, l’ultima, ma azzoppata, è Angela Merkel; gli altri sono alla guida di maggioranze instabili contornate da opposizioni che propongono di cambiare l’Ue, spesso senza chiarire a loro stesse come.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *