Perché bitcoin ha perso il 40% rispetto ai suoi livelli record

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Nuove restrizioni in Cina sulle operazioni con criptovalute, con un divieto alle istituzioni finanziarie e alle compagnie di pagamento di fornire servizi di transazione: banche e canali di online non potranno offrire alcun servizio di registrazione, trading, compensazione e regolamento con bitcoin e simili. È un ulteriore giro di vite rispetto ai provvedimenti attuati sin dal 2017, quando la Cina chiuse gli exchange locali, soffocando un mercato che valeva il 90% del trading globale in bitcoin. Nel giugno 2019 la banca popolare cinese fece bloccare l’accesso ai siti domestici e stranieri di Initial coin offering e trading. Formalmente, non c’è un divieto a possedere criptovalute, ma ora tre associazioni di settore (relative al settore bancario, fintech e dei pagamenti), hanno ammonito gli investitori sulle operazioni speculative in criptovalute.

La notizia arriva in un momento non eccellente per bitcoin, che ha perso in un mese circa il 40%, dai quasi 65mila dollari toccati a metà aprile, a poco sopra i 39mila in mattinata (comunque +320% rispetto all’anno precedente). La maggior criptovaluta del mondo, per valore e capitalizzazione di mercato, è tornata ai livelli di febbraio, cancellando tutti i guadagni registrati sin dall’acquisto per 1,5 miliardi di dollari da parte di Tesla. Prosegue così la discesa della cripto, avviata da una parziale retromarcia di Elon Musk sulle transazioni con bitcoin, preoccupato per l’impatto ambientale del mining, soprattutto il carbone, un annuncio che nel giro di un week end ha causato un calo del 15% per la moneta in blockchain.

Secondo uno studio pubblicato su Nature Communications, la capacità di mining è concentrata per oltre il 75% proprio in Cina, dove le province dello Xinjiang e della Mongolia interna ospitano le principali crypto factory alimentate a carbone, secondo uno studio dell’Università di Cambridge. Il Dragone tuttavia ospita anche le maggiori centrali alimentate da energia idroelettrica, come Sichuan e Yunnan. A livello globale questa forma di energia abilita il 62% delle funzioni di hash, contro il 38% del carbone e il 36% del gas naturale (a seguire le altre fonti). La regione Asia-Pacifico è quella che fa maggiore affidamento sul carbone: il 65%, contro il 20% dell’Europa e il 28% del nord America. Le fonti idroelettriche vantano un utilizzo che va dal 60% in Europa al 67% in America Latina, passando per il 65% in Asia-Pacifico e 61% in Nord America.

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