La crisi dei chip incalza e Bosch risponde con un nuovo impianto in Germania

Un tecnico al lavoro nella nuova fabbrica di chip di Bosch a Dresda (foto ufficio stampa)
Un tecnico al lavoro nella nuova fabbrica di chip di Bosch a Dresda (foto ufficio stampa)

Ci sono già 250 persone al lavoro nei 72mila metri quadri della fabbrica inaugurata da Bosch a Dresda, in Sassonia: quando il nuovo impianto sarà a regime saranno 700, per la produzione di semiconduttori dedicati agli utensili del brand tedesco (da luglio) e per l’industria automobilistica (da settembre). La tabella di marcia è scattata ieri, con un taglio del nastro al quale hanno partecipato online la cancelliera tedesca Angela Merkel e la vicepresidente della Commissione europea Margrethe Vestager a sottolineare la rilevanza strategica di un evento simile.

L’impianto riceverà un investimento di un miliardo di euro, il più grande nella storia di 130 anni della compagnia, con aiuti di Stato per 200 milioni di euro all’interno di uno schema di investimento europeo, riporta Reuters. I primi chip verranno sfornati con sei mesi d’anticipo con lo scopo principale di rifornire i clienti automotive di Bosch senza dipendere da terze parti, producendo componenti allo stato dell’arte per compiti specifici come la gestione dell’energia o i sistemi di frenata assistita. Il colosso tedesco si aspetta che l’aumento globale della domanda aumenti dell’11% quest’anno.

L’impianto di Dresda sarà potenziato dall’intelligenza artificiale e basato sull’internet delle cose (AioT), dotato di digital twin e possibilità di assistenza da remoto in realtà aumentata. Ogni secondo i macchinari genereranno una mole di dati pari a 500 pagine di testo scritto, scandagliati in tempo reale da algoritmi di auto-ottimizzazione per rilevare le “firme”, piccole anomalie in sequenza sulle superfici dei wafer, in modo da correggere le cause prima che possano compromettere l’affidabilità del prodotto. Tutto ciò servirà ad avviare la produzione su vasta scala risparmiando i tempi lunghi delle prove, accelerando così la risposta alla domanda dei clienti.

La crisi dei chip prosegue

La crisi dei chip ha colpito un ampio raggio di settori, inclusi elettrodomestici e automotive, dove l’elettronica valeva il 18% del costo per vettura nel 2000, il 40% oggi e il 45% fra dieci anni. Secondo un report di AlixPartners questa penuria potrà costare 110 miliardi di dollari di ricavi nel 2021 all’intero settore auto, mentre Forrester ritiene che la situazione si protrarrà fino al 2023, complice un aumento di richiesta dai data center.

Un peso lo avrà anche la distribuzione delle reti 5G e dei nuovi device, che richiederà un aumento del 40-80% di chip rispetto all’era 4G, secondo quanto riporta Asia Nikkei. L’aumento della domanda ha spinto del 10,4% l’aumento dei ricavi del settore nel 2020, pari a 466,2 miliardi, secondo Gartner. In questo scenario, Washington e Bruxelles hanno preso le contromisure. Il Senato degli Stati Uniti sta per approvare un piano da 52 miliardi di dollari di sussidi per la produzione di chip in dieci nuovi impianti, ma il segretario al Commercio Gina Raimondo ha dichiarato che “l’anno prossimo sarà una sfida quotidiana”. L’Unione europea vorrebbe raddoppiare la sua quota di produzione al 20% entro il 2030 con il piano Digital Compass. Il commissario per il mercato interno, Thierry Breton ha caldeggiato un’alleanza fra produttori che potrebbe includere StMicroelectronics, Nxp, Infineon e Asml.

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