Ripresa: perché vogliamo in campo il FinTech

All’Italia e alle sue imprese serve liquidità. Subito. E investimenti, nella seconda fase. È ora di ragionare in modo nuovo e coinvolgere anche il FinTech.

La liquidità serve subito

Non c’è bisogno di perdere tempo a ricordare l’eccezionalità della situazione che stiamo vivendo. L’Italia, come altri Paesi, sta varando provvedimenti per limitare per quanto possibile, i pesanti impatti economici della pandemia Covid-19. Il fattore tempo è fondamentale, perché la liquidità è un problema (da sempre) soprattutto per le numerosissime piccole e micro imprese.

Dove trovare i soldi?

E poi c’è un secondo aspetto, che in queste settimane di ansia e tensione sembra difficile mettere nero su bianco:

l’Italia, tutti quei soldi, non ce li ha. E ha un debito stellare.

Ha ragione, chi dice che servono soluzioni nuove. Ha immensamente ragione. Si può, anzi si deve, giocare la partita degli Eurobond, o qualunque altro nome si voglia inventare per non chiamarli per quello che sono. Ma non è l’unica via.

Il risparmio privato e il crowdfunding

L’Italia ha un risparmio privato enorme e vive un momento di rara solidarietà nazionale (anche se, forse, la magia delle prime settimane di quarantena sta svanendo). Il nostro Paese ha le forze per provare almeno in parte a farcela da solo. Non si può non pensare ai volumi ancora limitati che il FinTech con il crowdfunding riesce a muovere. E all’enorme massa di risparmi ferma e immobile, per rispettabilissima e inviolabile scelta degli italiani (che di fregature in passato ne hanno prese parecchie, non si può dare loro torto). Su questo ruolo del FinTech nel medio e lungo termine occorrerebbe una riflessione molto attenta.

Il rischio è che la burocrazia freni

Purtroppo, a oggi il FinTech fatica anche solo a farsi prendere sul serio per quanto riguarda il contribuito all’efficacia del Decreto Liquidità. Che rischia di perdersi in lungaggini burocratiche. Ad esempio portiamo alcuni brani di un articolo a firma Sergio Zocchi, CEO di October Italia, che mette nero su bianco quello che molti imprenditori italiani vivono sulla loro pelle:

«il Decreto Liquidità annunciato dal Governo ha il merito di aver allineato l’Italia al resto dell’Europa, ma esiste ancora un rischio legato al reale trasferimento delle risorse sui conti delle PMI che potrebbe essere rallentato dalla burocrazia italiana».

Il FinTech nasce per superare quella burocrazia. Ha la tecnologia e i processi che possono permettere alle banche di accelerare l’erogazione dei finanziamenti. Siamo in piena ottica collaborativa: banca, gli strumenti ci sono, funzionano e sono compliant. Usali.

Convogliare il risparmio nell’economia reale

Zocchi entra anche nel vivo del problema, quel “dove li troviamo i soldi?” che è il vero nodo anche dello scontro con il Nord Europa.

«Le piattaforme di digital lending – scrive – possono convogliare il risparmio dei privati verso l’economia reale, trasformandolo in un investimento impacting, a rischio controllato perché coperto dalla garanzia pubblica e potenzialmente più redditizio. Queste realtà hanno una potenza di fuoco di oltre 2 miliardi di euro».

Primo: liquidità. Secondo: investimenti

Sul ruolo generale del FinTech, Zocchi individua due ambiti. Il primo, a breve termine ed emergenziale, è fornire liquidità per fare fronte ai problemi di cassa e saldare le spese correnti: l’infrastruttura tecnologica permette alle banche di accelerare l’erogazione dei fondi. Il secondo ambito è successivo: le imprese vorranno investire per reagire a un contesto di mercato completamente nuovo (perché è chiaro che non torneremo più al mondo di prima, anche dal punto di vista delle abitudini di consumo). Ecco quindi che il risparmio delle famiglie, utilizzato nella nostra economia reale, può diventare un investimento a impatto, con garanzia pubblica.

Il muro della burocrazia

Su una linea molti simile anche Antonio Lafiosca, Chief Operating Officer di BorsadelCredito.it. Secondo Lafiosca le garanzie previste dal Decreto Liquidità «rischiano di rimbalzare contro il muro di gomma della burocrazia domestica che permea tutto l’impianto normativo. Con il rischio concreto che i tempi necessari perché la liquidità promessa finisca effettivamente nella cassa delle imprese si dilatino al punto da renderla inutile».

Due mesi di attesa uccidono un’impresa

Processi agili e snelli, quindi, secondo le “buone pratiche” del FinTech, che rispettano le regole di analisi della solvibilità e di controllo del rischio. Scrive ancora Lafiosca:

«Nei provvedimenti attuativi speriamo in processi e modalità semplificate che accelerino l’erogazione, evitando che tra le promesse e l’effettivo accesso degli imprenditori alla liquidità trascorrano due mesi, un tempo che è quello normale delle banche e che questa situazione di emergenza rende insostenibile».

Meno burocrazia e più digitale

Un primo passo è digitalizzare la procedura di attivazione delle garanzie, «allo stato attuale del tutto analogica e dunque completamente anacronistica. La PMI ha l’onere di produrre una serie di documenti (bilancio, dichiarazione dei redditi e simili) e presentarli all’intermediario che si fa carico della richiesta alla Pubblica Amministrazione. Peraltro un tale circolo vizioso che costringe l’imprenditore a muoversi tra diversi enti per reperire gli incartamenti necessari è in netto contrasto con le restrizioni di ordine sanitario. Senza considerare che la PA che deve approvare la pratica è di fatto già in possesso degli stessi dati e potrebbe recuperarli comunicando digitalmente con i diversi enti preposti (Inps, strutture camerali)». Anche la richiesta di autocertificazioni (ormai un tormentone di questa emergenza) impone alla PMI di dimostrare di stare maturando un calo del fatturato minimo del -25% e di impegnarsi a conservare lo stesso livello occupazionale per i prossimi 15 anni. Burocrazia e lunghe procedure non sono la risposta all’emergenza in corso.

P2P escluso, mancano incentivi per gli asset manager alternativi

Il Decreto, evidenza poi Lafiosca, «estende le garanzie del Fondo di garanzia per le PMI alle aziende fino a 499 dipendenti e ai soggetti che erogano credito ai sensi dell’art. 106 del Tub ma esclude le piattaforme di P2P lending e dunque i finanziatori privati. La garanzia è estesa agli istituzionali, ma mancano incentivi che veicolino investimenti nel mondo degli asset alternativi che di fatto viene sfavorito rispetto a quello tradizionale nei portafogli degli asset manager. Riteniamo inoltre che l’imposizione di pricing minimi senza fornire copertura cozzi con il modello operativo di banche e SGR che hanno costi di lavorazione da ripagare e che potrebbero da questi limiti essere disincentivati dal prestare alle PMI secondo le regole del Decreto, anche perché non ne sono obbligati in alcun modo. L’aspetto del pricing dovrebbe essere demandato alla contrattazione singola, ma se proprio si vuole introdurre un tasso zero per esempio per i prestiti fino a 25mila euro di questo dovrebbe farsi carico lo Stato. Senza questi aggiustamenti il processo rischia di essere del tutto inefficace».

Manca l’obbligo di liquidità solo per nuova finanza

Ulteriore aspetto critico:

«la mancanza dell’obbligo di fornire liquidità solo per nuova finanza, ma di fatto offre la possibilità di sistemare posizioni già in sofferenza prima della crisi».

Il rischio, secondo Lafiosca, è che gli intermediari la sfruttino per aggiustare i book riducendo la quota di NPE, andando a erogare finanziamenti con una logica contraria allo spirito delle garanzie. Servirebbero, invece, meccanismi per premiare chi garantisce KPI per erogazioni in tempi rapidi e certi. Il decreto, invece, non contiene «alcuna menzione del fatto che la priorità assoluta sia oggi far arrivare il più rapidamente possibile la liquidità garantita alle imprese – scrive Lafiosca. Perché la priorità oggi per un professionista, un ristoratore o un produttore di moda, di componenti automotive, non è che dimostri quello che già si sa, ovvero che deve pagare costi indifferibili mentre non sta fatturando per via della chiusura forzata della sua attività, ma avere cassa per coprire quei costi e non esserne travolto. La soluzione è sotto gli occhi di tutti: si chiama digitalizzazione e aver puntato sul fattore della velocità, premiandola, avrebbe accelerato il processo anche per gli intermediari finanziari tradizionali facendo compiere a tutto il sistema un salto in avanti nel futuro. E, per le stesse ragioni, avrebbe accelerato anche la modernizzazione della PA, risolvendo in maniera quasi naturale anche l’annoso tema dell’impossibilità di comunicazione tra i diversi enti pubblici».

Incentiviamo il risparmiatore privato

A tutti questi punti che affrontano l’attuale priorità, cioè quella di utilizzare al meglio le risorse previste dal Decreto Liquidità, ribadiamo poi come AziendaBanca la necessità di prendere in altissima considerazione il FinTech e gli investitori privati (singoli e istituzionali) per indirizzare il nostro risparmio, i famosi 4mila miliardi di euro, verso la ripresa economica dell’intero Paese. Con incentivi, soprattutto fiscali, per aiutare noi stessi. Il Presidente del Consiglio Giuseppe Conte, nel suo discorso di Venerdì 10 aprile, ha parlato esplicitamente di 1.500 miliardi di euro necessari a livello europeo. Nei conti correnti italiani ne dormono, in forma di liquidità pura, 1.400. Poi ci sono i miliardi bloccati in altri tipi di investimento, a rendimento basso e privi di quel valore di ricostruzione nazionale. Senza contare il mondo del private equity. Ci sono molti player innovativi che non vedono l’ora di dare una mano per ripartire.

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