Così Covid-19 infetta l’economia globale (e cinese). Il prof. Zecchini spiega come

Conversazione con l’economista Salvatore Zecchini sull’economia cinese ai tempi del coronavirus: “Vediamo uno spostamento della domanda che non può non influire sulla politica industriale. Anche in altri Paesi: assisteremo a una deglobalizzazione delle filiere produttive”

La pandemia di coronavirus ha messo in difficoltà l’economia cinese, che ha segnato una contrazione del prodotto interno lordo del 6,8% nel primo trimestre. Il crollo era già stato previsto dagli analisti, nota l’Agi, e i dati di oggi sono ricaduti all’interno delle aspettative, ma non si è verificato un disastro completo, secondo gli economisti di Td Securities: la produzione industriale ha registrato una contrazione inferiore alle attese e la disoccupazione è apparsa in lieve arretramento. Formiche.net ha sentito Salvatore Zecchini, economista e docente di Tor Vergata, in forza all’Ocse, per analizzare la situazione dell’economia cinese e il suo futuro.

Che cosa sta accadendo all’economia cinese?

Prima dello scoppio di questa pandemia, Pechino stava portando l’economia cinese a crescere con un ritmo sostenibile per un Paese che aveva già raggiunto livelli elevati di sviluppo economico. La Cina era su una traiettoria di stabilizzazione della crescita in una fascia tra il 5% e il 6%, un risultato notevolissimo per un’economia di quelle dimensioni per popolazione ed estensione. 

Poi è arrivata la pandemia, però.

Infatti messo sotto controllo il contagio la Cina ha iniziato a riaprire. Ma i dati del primo trimestre sono totalmente anomali rispetto all’andamento dell’economia. Ciò che farà testo è come avverrà la ripresa delle attività economiche nei prossimi 24 mesi. Il 6,8% in meno del Pil va analizzato: il settore industriale è stato particolarmente colpito, mentre per i servizi (che rappresentano il 60% dell’economia) e il primario la caduta è stata molto inferiore, stando alle cifre ufficiali. 

Per i trimestri successivi, invece?

Vediamo un ritorno anche piuttosto rapido delle attività produttive ma una carenza di consumi e quindi anche di investimenti.

Come mai?

È molto semplice: non è concepibile che uno che è stato in quarantena o in lockdown per due mesi e mezzo di colpo esca e si metta a comprare la macchina e tutte le cose che comprava prima. La gente è ancora molto scossa e spaventata. 

E quanto alle esportazioni?

Risentono ovviamente del quadro economico degli altri Paesi. Ci sono due fattori. Primo: la domanda che viene dall’estero è in crisi. Secondo: questa rottura delle filiere di produzione (basti pensare ai reagenti – che arrivano dalla Cina – per i tamponi). Inoltre, c’è uno spostamento nella composizione settoriale della domanda. 

Cioè?

Famiglie e imprese si stanno spostando su beni su cui non erano concentrati prima, cioè tutti quelli che hanno a che fare con la salute, l’igiene, la protezione dai contagi. Questo spostamento della domanda non può non influire sulla politica industriale. Un esempio è la decisione statunitense di utilizzare il Defense Production Act.

Questo crollo del Pil cinese è un episodio o è l’inizio di un trend?

È uno shock che avrà effetti ma non sarà tale da riportare la Cina a tassi di crescita bassissimi. Tra l’altro il Fondo monetario internazionale dice che quest’anno la Cina crescerà dell’1,2%, il che sconta ovviamente sconta un forte rimbalzo. Mentre l’economia statunitense subirà una perdita del 6% quasi. Ma ogni shock porta ad aggiustamenti nelle traiettorie di crescita e sviluppo: l’economia cinese continuerà nella sua traiettoria probabilmente con un forte rimbalzo a livello annuale l’anno prossimo ma con una composizione della produzione e della domanda un po’ diversa da quella pre-crisi in cui le famiglie cinesi erano grandi consumatori.

E questo che cosa comporterà?

Il settore pubblico dovrà pompare domanda con commesse pubbliche come opere infrastrutturali. Per questo dico che vedremo effetti che però non andranno a scapito della continuazione della crescita dell’economia cinese. Può darsi che a regime, cioè nel 2022, l’economia torni a crescere tra il 5% e il 6%, a patto che la crisi sia tenuta sotto controllo nel resto del mondo.

Tra gli effetti di questa pandemia ci sarà anche un deglobalizzazione?

In parte sì, come dicevano circa le filiere produttive. I maggiori Paesi industriali tenteranno di riportare in vita produzioni di beni e servizi essenziali per ridurre la loro vulnerabilità alle fonti esterne. Ma questo fenomeno a mio avviso sarà limitato solo ad alcune produzioni essenziali. Ritengo ci sarà un certo grado di reshoring volto ad assicurarsi la continuità dell’offerta a cui già si sta lavorando attraverso la diversificazione. Ma non una grande ondata perché c’è una struttura di competitività che si basa essenzialmente sull’apertura delle frontiere commerciali che la pandemia non ha minacciato. Anzi. Basti pensare che il presidente statunitense Donald Trump ha liberalizzato l’importazione dalla Cina di beni essenziali che scarseggiavano negli Stati Uniti.

Il Giappone ha deciso di dare soldi alle imprese che decidono di rientrare.

Mi chiedo: può bastare? Incentivi simili possono valere per un paio d’anni ma poi per arrivare a essere competitivo con i cinesi serve la loro stessa capacità di produrre a costi bassi le tecnologie alte. È soltanto una mossa spot, in linea con quanto detto sul reshoring, ma non c’è una vera strategia di medio-lungo termine.

Pensando al reshoring vengono in mente le polemiche sull’Olanda paradiso fiscale. Secondo lei è una tattica per ottenere qualcosa in più ai tavoli negoziali dell’Unione europea o c’è una strategia per far rientrare le nostre aziende?

Come prima, manca una strategia di medio-lungo termine. Non basta puntare il dito contro l’Olanda, serve rendersi conto dell’ambiente in cui si trovano a operare le aziende italiane: il nostro Paese ha un sistema molto costo per le imprese sotto forma di tassazione, restrizioni e regolamenti.

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